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La traduzione che edificaLa traduzione che edifica

Giovedì 29 aprile 1999 - riflessioni e proposte

Le traduzioni sono uno tra i punti dolenti della musica cristiana in Italia

Le traduzioni sono uno tra i punti dolenti della musica cristiana in Italia. Ho già avuto modo di accennare all’argomento in un mia precedente riflessione ("La musica cristiana in Italia - una nuova sfida per i musicisti evangelici" - 1998), e volevo tornare ora più diffusamente sull’argomento per fare il punto della situazione e tentare di dare qualche indicazione a chi opera nel settore.


LE MILLE VERSIONI
E’ incredibile quante versioni possano esistere dello stesso inno, e quante traduzioni inaccettabili vengano prodotte. Sono fermamente dell’avviso che se qualcuno non sa tradurre, non è obbligato a farlo; ma se lo fa, deve rispettare alcune semplici regole di base. Possono sembrare raccomandazioni scontate, ma considerate molti testi del repertorio evangelico italiano odierno, e poi rispondete sinceramente: vi sembrano ancora consigli così banali?
1. conoscere perfettamente la lingua italiana (ovviamente quando si traduce in italiano): solo chi ha un’ottima conoscenza della lingua può rendere bene il senso di una frase;
2. rispettare la metrica originale: nella traduzione, non bisogna "sforare", o infarcire ogni riga di parole, o ancora lasciare la metrica claudicante: non c’è cosa peggiore del sentire un inno la cui cadenza è instabile;
3. riproporre, quando possibile, le rime anche nella versione italiana. Certo, è più facile mettere insieme quattro righe spaiate, ma tradurre una lirica è diverso da tradurre prosa, e richiede una certa “specializzazione”;
4. mantenere una congruenza con il testo originale. In questo sono esemplari gli inni dell’Ottocento e del primo Novecento, che risultano tradotti addirittura linea per linea, con una congruenza ammirevole.
5. mai porsi “sopra” il testo da tradurre, ma piuttosto “sotto” di esso, con la giusta umiltà e la giusta reverenza: dobbiamo rendere qualcosa che altri hanno scritto, non creare un’opera nuova.


So di non essere popolare, ma non intendo aggiungermi al maggioritario coro cristiano-buonista che dice «Fallo come riesci, tanto il Signore apprezza lo stesso»: chi ha un talento non deve trascurare di utilizzarlo (e, precisazione non del tutto scontata, di utilizzarlo al servizio del Signore); allo stesso modo, però, per una questione di umiltà e nella consapevolezza dei propri limiti, non deve spingersi oltre a quanto ha ricevuto. Cosa diremmo se un pastore, durante la predica, aggiungesse del suo a ciò che lo Spirito gli dà? E allora, perché dobbiamo essere più permissivi sulla musica, un così importante momento di comunione con il Signore?
Come accennavo sopra, nessuno è obbligato a tradurre se non è in grado di farlo. Ciò che va evitato è di fare un lavoro mediocre, perché andrà a discapito dell’edificazione.
Ah, andrebbe aggiunto anche un sesto punto: prima di tradurre un inno, informatevi se per caso qualcuno l’ha già tradotto prima di voi. Di doppioni, in Italia, ne abbiamo fin troppi, e sarebbe il momento di cominciare a prendere coscienza di questo.


QUANDO C’E’ (ma non va)
E qui si pone un altro annoso problema, ossia quando si scontrano il rispetto per il lavoro altrui e la necessità di disporre di un inno tradotto con criterio. Non sono pessimista se dico che una buona parte del repertorio contemporaneo derivato dai paesi anglosassoni è disponibile in versioni non troppo valide per vari motivi, tra cui:
- problemi tecnici: molte sono le traduzioni che non rispettano i canoni di cui sopra
- incongruenze dottrinali: una traduzione che usa vocaboli, espressioni o concetti di dubbia ortodossia o addirittura non corretti dal punto di vista della fede.
Ponendo sempre e comunque come premessa la buona fede di chi traduce, va comunque detto che non è facile accettare versioni che risultino completamente diverse dal significato dell’inno originale, la cui metrica cade in maniera impronunciabile, il cui testo sembra spinto a forza nella strofa, pur di farlo stare tutto.
Parlando di questo problema con i responsabili di un’opera impegnata nel settore della musica cristiana in Italia, mi era stata data un’indicazione quantomai salomonica: «Se esiste un inno, se proprio non fa pena, usatelo così com’è, e non impegnatevi in una nuova traduzione».
Un consiglio che potrebbe anche risultare prezioso, se non fosse che le versioni, normalmente, al giorno d’oggi sono già più d’una: nessuno sa dire esattamente quanti testi dello stesso inno girino per l’Italia, e il numero di questi aumenta in misura esponenziale a seconda dell’importanza del canto in questione. E’ il caso, per esempio, di “Splendi Gesù”, di “C’è un Redentore” (altro inno molto bistrattato), e di “Vieni acqua viva” (alias “Lascia che il tuo fiume”).
Curiosamente, poi, va notato un effetto geografico: normalmente le versioni dei canti si sviluppano da due ceppi principali che, nella loro diversità, nascono uno al nord e uno al sud. Vedere, a titolo di esempio “Più amor, più forza” (alias “Col tuo amor, col tuo poter”).


LA VIA DI MEZZO
C’è poi una via di mezzo, spesso usata dalle chiese e da chi opera sul campo: non potendo ritradurre gli inni (spesso mancano gli originali - l’ambiente, si sa, non brilla per comunicatività) e volendo comunque smussare qualche scabrosità tecnica o qualche tentennamento dottrinale, adottano l’inno con qualche variazione marginale. Caso, questo, di frasi tipo “vieni santo spirito, controllami” (in “Vieni acqua viva”), corretto da qualche comunità in un più biblico “conducimi”, o la versione “Geova Giaira”, tradotta a volte “Jahweh Giaira” e in un’altra versione, ancora più correttamente, nello “Jahweh Jireh” di Genesi 22:14.


E LA MELODIA?
Più o meno lo stesso discorso vale anche per le differenze più prettamente musicali, quali l’aggiunta o l’eliminazione di sincopati, la semplificazione dei giri armonici, la variazione del ritmo base (tesa, questa, il più delle volte a “rianimare” il canto), spesso dovute a un apprendimento non corretto dell’inno in questione. E’ così che, nella sua versione italiana, il “Salmo 51” di Keith Green diventa, specie nella sua parte centrale, un insipido e banale motivetto che nulla ha a che fare con la maestosità e la spiritualità dell’originale.
«Consigliamo, per esperienza, di affidare il compito di insegnare correttamente i canti a persone dotate di talento musicale, affinché ci sia una sola versione del canto, in Italia. Noi, da parte nostra, ci impegniamo onestamente di attenerci al testo e alla melodia originali nelle nostre traduzioni», scrive l‘introduzione all’innario Cantate all’Eterno, stampato dalla tenda Cristo è la Risposta nell’ormai lontano 1985. Che sia stato letto da troppo pochi?


LE VERSIONI UFFICIALI
Il più delle volte, il problema della traduzione non è solamente un fatto di uniformità, ma anche una questione di copyright. E’ giusto che l’autore dell’inno sia al corrente e, per quanto possibile, consenziente alle traduzioni della sua opera: il Signore si è servito di lui per ispirare quel canto, e quindi a lui spetta il “diritto di primogenitura” (che non deve comunque diventare un “diritto di esclusività”: guai se l’autore impedisse di cantare qualche inno in chiesa in ossequio a una malintesa ricerca di riservatezza); per questo sarebbe corretto che chi traduce inviasse all’autore (o alla casa discografica, o a chi per loro) copia della sua versione. Allo stesso tempo questo uso potrebbe essere un buon sistema di controllo per evitare il moltiplicarsi delle versioni e, forse, potrebbe anche fungere da garanzia di qualità. Di fatto però, a tutt’oggi, anche quando quest’uso viene posto in essere, la qualità non viene tutelata: spesso autore e relativa discografica accettano supinamente qualsiasi traduzione venga loro proposta, a prescindere da contenuti e da tutti i discorsi fatti fino a questo punto. Per delicatezza non proporrò esempi, ma la documentazione anche qui non manca.


UNA RISPOSTA
Abbiamo posto molte domande e fatto diverse osservazioni, ma non abbiamo ancora dato ancora una risposta. Adottare una versione già esistente ma poco convincente, sopportando le sue imperfezioni formali e sostanziali pur di non crearne un’altra e “rompere” così una supposta uniformità nazionale? Accettarla ma smussandola, per quanto possibile, nei suoi punti più critici? Rifiutarla e prepararne un’altra ex novo, ignorando gli accorati appelli all’unità?
La soluzione non è scientificamente univoca. Non credo si possa applicare un’unica regola a tutti i casi in questione, come qualcuno invece vorrebbe. Potrà capitare di trovare un inno di cui sarà possibile sopportare l’asimmetria metrica o la precarietà testuale; altri inni verranno agevolmente adattati con cambiamenti marginali; per altre situazioni ancora si dovrà invece riprendere lo spartito, sedersi allo strumento, pregare e procedere quindi alla preparazione di una nuova versione. In ogni caso, la scelta non sta a noi, ma al Signore.
Nel concreto, esiste una soluzione pratica che personalmente ho trovato utile per capire come comportarmi. A mio avviso, la domanda primaria che un musicista si dovrebbe porre quando si trova di fronte alla versione tradotta di un inno è: «così com’è, l’inno edifica? Mi dà comunione con il Signore?»
Perché è questo lo scopo principale di ogni brano di musica cristiana. Se la traduzione in questione edifica, non toccare nulla. Se il Signore ci permette di trovare comunione ed edificazione in una versione anche tecnicamente imprecisa (o, direi quasi, nonostante questa), vuol dire che non occorre provvedere. Altrimenti, sarà il Signore a far risaltare le parti incompatibili, a farci capire la necessità di cambiare, e a guidarci nelle variazioni. Oppure, sarà sempre il Signore a darci luce e guida per la preparazione di una nuova traduzione.
«Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla» (Giovanni 15:5). E’ un pensiero che deve accompagnarci sempre.


… E UNA PROPOSTA
Ultimo punto, una modesta proposta programmatica per il futuro.
Chi tutela questi inni stranieri? Purtroppo non esiste una authority, e anche il controllo da parte dei fiduciari nazionali può ben poco (possono infatti muoversi solamente in sede giudiziaria e, si sa, portare un fratello davanti al giudice non è molto cristiano né particolarmente piacevole).
Qualcosa, d’altronde, bisogna pur fare. E’ per questo che, nel mio piccolo, solleciterei un incontro nazionale tra traduttori di inni, che si concludesse con la definizione di un forum permanente o di un aggiornamento periodico regolare. Solo così si potrebbero evitare tutta una serie di problemi e di difficoltà provocati dalla mancanza di coordinamento e di informazione sulla reciproca attività.
D’altronde, più si va avanti in questa condizione, più aumenterà la confusione. E sappiamo tutti che il Dio che serviamo «… non è un Dio di confusione, ma di pace» (I Corinzi 14:33)


Paolo Jugovac
[29/4/1999]

 

 

 

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