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La musica cristiana in ItaliaLa musica cristiana in Italia

Martedì 10 marzo 1998 - riflessioni e proposte

Una nuova sfida per i musicisti evangelici

Come sta oggi la musica cristiana in Italia?
Sono anni che vivo nell’ambiente evangelico, ma curiosamente non ho mai sentito trattare questo argomento in maniera chiara e generale.
Forse questo è dovuto al fatto che la domanda, se a prima vista può sembrare banale e inutile, in realtà finisce per sollevare una serie di problemi irrisolti da decenni.
La prima sensazione che emerge è di estrema desolazione: autori poco impegnati, registrazioni dilettantesche, brani d’autore ma di poca concretezza spirituale, versioni diverse dello stesso inno di città in città (se non addirittura di chiesa in chiesa), traduzioni al limite della decenza per la loro allergia alla metrica, alle rime, alla congruità con il testo originale, trascuratezza dei brani già esistenti a favore di un’esasperata ricerca del nuovo, fino a estremizzazioni di dubbio gusto.
La conseguenza abbastanza logica è che pochi credenti ascoltano musica cristiana, e uno strumento di edificazione langue a causa dell’incomprensione tra gli addetti ai lavori (che spesso, peraltro, nemmeno si conoscono).
Il repertorio evangelico italiano vive, insomma, una situazione di disagio. Vediamo nello specifico i problemi concreti.

FRAMMENTAZIONE
Innanzitutto, i problemi della musica evangelica italiana nascono fondamentalmente dalla frammentazione della realtà evangelica stessa: chiese, denominazioni, comunità, gruppi sono talmente numerosi da rendere difficile - se non impossibile - qualsiasi censimento o catalogazione; e spesso, per vari motivi, i contatti tra le diverse realtà sono quasi nulli. Non esiste, a livello nazionale, un coordinamento più o meno globale, né un programma radiofonico nazionale che diffonda notizie e musica cristiana, né un periodico che possa contare su una diffusione abbastanza ampia tra i credenti.
Di conseguenza anche la musica cristiana si diffonde con mille difficoltà e ostacoli. Inoltre, se versioni originali esistono, non raggiungono che una minima parte delle realtà evangeliche presenti sul territorio, mentre spesso gli innari non hanno nemmeno la versione a musica che possa fare testo.
La conseguenza è una diffusione di tipo medievale, quando il menestrello andando di corte in corte narrava le gesta dei personaggi importanti dell’epoca rendendo così noti a tutti i fatti di cronaca: similmente oggi la diffusione di un inno viene sostanzialmente lasciata all’iniziativa del singolo credente che, visitando una comunità diversa, “scopre” un inno e lo “importa” nella sua comunità di origine. Con che imprecisione formale questi inni si diffondano è facilmente immaginabile: a ogni “passaggio” l’inno assume una versione diversa, semplificata o comunque arrangiata diversamente. E quando più comunità si incontrano per un momento di comunione, cantare insieme crea non pochi imbarazzi.


AUTORI E SANREMO
A migliorare la situazione non contribuiscono autori e interpreti cristiani. Spesso i nuovi brani cristiani non rispecchiano una spiritualità profonda come ci si aspetterebbe; a volte c’è il tentativo di ammiccare al mondo, tentando di edulcorare il messaggio del cristianesimo in quella che può venir definita piuttosto una morale cristianeggiante. «E’ un modo per far ascoltare quei brani anche a quei non credenti che altrimenti non li avrebbero ascoltati», si giustifica qualche autore. Un tentativo che però porta a un risultato doppiamente negativo: se è vero che un brano di questo genere non arricchirà un credente, è altrettanto vero che un non credente finirà comunque per ascoltare un brano non cristiano. Si possono citare numerosi brani “laici” con una parvenza di morale cristiana: se questo è tutto ciò che siamo in grado di offrire sul piano dei contenuti, non si vede perché, a parità di condizioni, un non credente dovrebbe preferire un brano meno valido dal punto di vista della piacevolezza sonora (non vorremo mica illuderci di essere giunti al livello tecnico dei professionisti non credenti, vero?).


TRADUZIONI E TRADIMENTI
Un altro doloroso capitolo è quello che riguarda le traduzioni di inni stranieri. Parto dal concetto, forse non condiviso da tutti, che un inno va cambiato il meno possibile rispetto all’originale, nel presupposto che chi lo ha composto sia stato ispirato dal Signore. E’ quindi una responsabilità non da poco decidere di cambiare tout court un inno per il puro gusto di “migliorarlo”. Di conseguenza anche gli arrangiamenti vanno calibrati per rispettare lo spirito dell’inno.
E’ ovvio che per introdurre un inno straniero è necessario prima tradurlo. Ma questa traduzione deve rispettare un paio di aspetti importanti: la metrica (e magari la rima) e l’attinenza al testo originale. Sono concetti base che dovrebbero risultare naturali: per quanto riguarda la metrica, dovrebbe essere scontato il mantenimento della cadenza originale, e se possibile anche delle corrispondenze della rima (che dà un’importante elemento di armoniosità al brano); la traduzione, poi, deve dare alla nuova versione un significato quanto più vicino possibile a quello dell’originale, fermi restando i limiti posti dalle differenze linguistiche. Il traduttore, resto convinto, deve porsi al di sotto del testo, non al di sopra di questo.
Difficile? Ma nessuno ha mai voluto sostenere il contrario! Altrimenti, a cosa servirebbero i talenti musicali che Dio ha voluto elargire tra il suo popolo?
Il fatto è che molte volte le traduzioni vengono curate da persone che non hanno le capacità adeguate per farlo, o che in alternativa non hanno l’umiltà per farlo. Nei miei dodici anni da musicista presso la chiesa di Trieste, ho avuto a che fare con troppe traduzioni metricamente inaccettabili, claudicanti per difetto e per eccesso; dal punto di vista dell’attinenza all’originale, molto spesso si sorvola sulla precisione accontentandosi di una generica parafrasi del contenuto.
E’ chiaro quindi che se la versione nata per essere “ufficiale” e generale fa acqua, il musicista che opera “alla base” (cioè nella singola comunità) si trova costretto a raffazzonare l’inno per renderlo quantomeno accettabile. Tenendo conto che spesso i musicisti eccedono da questo punto di vista, si capisce bene perché anche gli inni stranieri abbiano tante versioni diverse.


RITORNO AL CLASSICO
C’è poi l’eterna questione dell’ampio repertorio musicale evangelico: cosa farne, come utilizzarlo. Fondamentalmente questo repertorio potrebbe venir diviso in tre generazioni: storica, moderna e contemporanea.
Le chiese evangeliche storiche adottano innari che riportano brani dei secoli scorsi, da Lutero al XIX secolo, passando per il salterio e brani di compositori classici (da Mendelssohn a Beethoven, da Bach a Schubert).
Le chiese cosiddette “libere” utilizzano durante i culti un repertorio più moderno: l’innario classico contiene canti che partono dalla metà del secolo scorso e che fanno parte della storia del movimento evangelico (per capirci, quelli che si ritrovano spesso eseguiti nelle chiese battiste rappresentate nei vecchi film americani). Sono inni tratti perlopiù dalla tradizione spiritual e nordamericana, che hanno un loro valore musicale e spesso presentano traduzioni magistrali per la loro precisione formale (veri esempi per quanti intendono cimentarsi nella versione di un inno).
Accanto a questo repertorio esiste la produzione musicale che parte dal dopoguerra e comprende inni di vari generi, che spesso richiamano i ritmi e gli stili che vanno per la maggiore.
Alcune chiese utilizzano sia il repertorio moderno che quello contemporaneo, alternando brani dell’uno e dell’altro, e proponendo i canti più datati in una veste aggiornata; molte altre comunità hanno invece eliminato del tutto l’aspetto tradizionale per concentrarsi su queste produzioni più nuove, considerate maggiormente in linea con “l’oggi”.
Per un tradizionalista questo non può che venir visto come una perdita, e quindi accettato senza troppo entusiasmo, tenendo anche conto della discutibile qualità di buona parte della produzione odierna. Anche perché facendo così si finisce purtroppo per perdere una parte importante del repertorio comune, l’ultima a resistere ancora in una versione “universale”.
D’altronde il rinnovamento fa parte della logica delle cose: è normale che ogni epoca senta la necessità di esprimersi con linguaggi propri, più adatti al sentire contemporaneo, affrancandosi dal solco segnato dalle generazioni precedenti. A mio avviso quindi il problema non è tanto il fatto che esista una nuova produzione (guai, anzi, se non vi fossero più “canti nuovi”!), quanto piuttosto che la qualità di questa sia scadente come spesso effettivamente è.


A COSA SERVE LA MUSICA
Ecco il punto. La musica cristiana ha molteplici funzioni: serve a edificare, a mettere in comunione, a introdurre in preghiera, a esprimere gioia. Tutto questo è riassumibile in una sola espressione: serve ad avvicinare a Dio. Su questa base e non su altri valori, quindi, va valutata la qualità di un inno. Un canto cristiano non ha nessuna necessità di concorrere al Festival di Sanremo o ricevere una nomination ai Grammy Awards, e quindi non deve venir composto in quest’ottica: deve invece toccare lo spirito (non i sentimenti!), aprire il cuore di chi canta o ascolta.
Inni (ma anche arrangiamenti) che non rispondono a queste caratteristiche sono come tralci separati dalla vite. E chi compone dovrebbe tener conto di questo.


Paolo Jugovac
[10/3/1998]



 

 

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